domenica 29 maggio 2011
sabato 28 maggio 2011
Mago e pollivendolo per letizia (?) moratti
Vita, opere e imposizioni di mani di mario azzoni, il pranoterapeuta che dà consigli al sindaco. Una rete di società con sedi in Svizzera e nelle isole Marshall, e in città ha puntato su Benetton. La sua lista di appoggio al sindaco uscente ha speso più del Pd, ma si è fermata allo 0,2%
Nel suo studio di viale Montenero a Milano si affollano ogni giorno decine e decine di pazienti. Cercano una parola, uno sguardo, un gesto che li faccia stare meglio. La lista d’attesa è infinita, addirittura tre anni per un appuntamento, come si è sentito dire il cronista del Fatto. Per letizia moratti, però, le porte sono sempre aperte. Anzi, è lui, il pranoterapeuta mario azzoni che accorre a domicilio dal sindaco per consolarla e consigliarla nei momenti più duri. È successo lunedì 16 maggio, la sera della disfatta elettorale, quando Lady letizia non trovava la forza di commentare in pubblico la disfatta. E così è toccato ad azzoni farle coraggio per affrontare le telecamere.
Pranoterapeuta, allora. Ma non solo. Anche consulente, motivatore, guru, mago, guaritore. Se ne sentono tante su questo ex pollivendolo, muratore, tipografo di Lecco, che in 30 anni di carriera, adesso ne ha 50, è diventato il più ascoltato consigliere del primo cittadino di Milano. È un rapporto almeno ventennale, il loro. Una frequentazione assidua, che a quanto lasciano intendere i biografi di Azzoni, sarebbe condivisa anche con altri vip o presunti tali. La lista comprende paolo berlusconi, Maurizio Costanzo, Barbara D’Urso e anche Gianmarco Moratti, il marito petroliere di letizia. Sarà vero l’elenco? Oppure fa parte di una sapiente strategia di marketing che con l’andare del tempo ha moltiplicato la fama e il giro d’affari di questo controverso “uomo dei miracoli”? Azzoni è un tipo di cui si raccontano episodi sorprendenti (a dir poco) come la miracolosa “guarigione di una persona paralizzata agli arti inferiori”. È un pranoterapeuta che si dichiara in grado di diagnosticare un tumore osservando un indumento, che fa l’elenco dei malanni di un interlocutore mai visto prima semplicemente guardandolo, che è in grado di capire al primo sguardo se si trova di fronte a un ladro o a una persona onesta.
“Tutto vero”, sono pronti a giurare migliaia e migliaia di sostenitori sparsi nel Nord Italia e anche in Svizzera. E il sindaco moratti si fida a tal punto di azzoni, che nell’ottobre scorso lo ha nominato alla presidenza di Casa letizia, un’associazione che si presenta come “punto di ascolto” e uno spazio “civico” e ha sede allo stesso indirizzo del comitato elettorale della stessa moratti. Qui, al civico 24 di via Montebello, sono state decise le strategie della campagna per le elezioni comunali, qui spesso si svolgono le riunioni dei collaboratori più stretti del sindaco. Il tutto alla presenza del pranoterapeuta “municipale”.
L’impegno di azzoni – fanno sapere dal Comitato – è a titolo “gratuito e volontario”. Lo stesso azzoni però è anche il promotore della lista “Giovani per l’Expo! Insieme a letizia” che al primo turno delle elezioni ha racimolato un migliaio di voti in tutto (lo 0,2 per cento). Difficile definirlo un successo, soprattutto se si pensa che la lista giovanil-morattiana ha speso per la campagna elettorale la bellezza di 970 mila euro, il triplo del Pd.
Insomma, un disastro. azzoni però di questi tempi ha ben altro a cui pensare. letizia chiama e lui non può fare altro che rispondere, coinvolto come sempre in tutte le scelte che contano. Sempre più potente. Sempre più influente. È acqua passata, ormai, la denuncia dell’Associazione anti-plagio che nel lontano 1989 segnalava l’esercizio abusivo della professione medica, la circonvenzione di incapace, l’evasione fiscale, la raccolta di informazioni e dati sensibili sui pazienti utili a una “diagnosi” istantanea. Tutto archiviato.
Lo stesso azzoni del resto, anche sul suo sito Internet, avverte di non essere né medico né psicoterapeuta. Da sempre però sospetti e ambiguità circondano l’attività del consulente di Lady letizia. È vero, per esempio, che nella prima biografia a lui dedicata (nel 1982, quando aveva solo 32 anni!) azzoni viene accreditato di un non meglio precisato titolo accademico. In una seconda edizione questa citazione è stata eliminata.
Non è chiaro se il potere del guaritore sia reale o effetto di autosuggestione. In rete si leggono storie di segno opposto. Chi lo addita come ciarlatano e chi come un sant’uomo. Numerose testimonianze raccolte dal Fatto affermano che al primo appuntamento, quello della diagnosi a distanza e con l’imposizione delle mani, il cliente paga 150 euro e riceve regolare fattura. La terapia successiva consiste in un numero variabile di sedute infrasettimanali della durata di pochi secondi e prevede una “offerta libera” variabile nell’importo, ma mediamente di 5-10 euro. Contando che ogni giorno passano nello studio almeno 200 persone, a sera l’incasso può arrivare a superare 2.000 euro. Non c’è da sorprendersi, allora, se l’attivissimo Azzoni, che allo studio milanese ne affianca un altro a Como, fa capo un piccolo impero finanziario. Palazzi, terreni, negozi intestati a società, alcune amministrate da lui direttamente. Ma capita anche che la proprietà sia riconducibile a società straniere, con base in Svizzera o addirittura nelle remotissime Marshall Islands, un paradiso fiscale nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Carte alla mano si scopre che Azzoni ha scommesso su Benetton. Due società amministrate dal pranoterapeuta della Moratti gestiscono una decina di negozi con il marchio degli United Colors, quasi tutti a Milano e dintorni. Tra questi c’è anche il megastore in centro a Monza considerato uno dei più grandi d’Italia.
Il giro d’affari di questa rete commerciale sfiora i 10 milioni di euro e fa capo alla Ventiquattro Srl. Chi controlla questa azienda? Azzoni ne possiede il 10 per cento, il 50 per cento è intestato a tale Gianfranco Barbieri, nativo di Brescia, che ricorre più volte nel’organigramma societario del pranoterapeuta. Per scoprire chi è il proprietario del restante 40 per cento bisogna invece fare un salto (si fa per dire) alle Marshall, dove ha sede la Capgest, terzo e ultimo socio di Ventiquattro. E infine c’è la barca, uno yacht da 22 metri dove azzoni ospita spesso gli amici. L’imbarcazione, che costa più di 2 milioni, è stata presa in leasing dalla San Michele Arcangelo, società a cui risultano intestati numerosi immobili. Il consulente della Moratti però qui non compare. L’amministratore unico della San Michele è il già citato Barbieri. E il proprietario? Il capitale fa capo a una società svizzera con azioni al portatore, per di più amministrata da un fiduciario. Un doppio schermo a prova di curiosi.
Nel suo studio di viale Montenero a Milano si affollano ogni giorno decine e decine di pazienti. Cercano una parola, uno sguardo, un gesto che li faccia stare meglio. La lista d’attesa è infinita, addirittura tre anni per un appuntamento, come si è sentito dire il cronista del Fatto. Per letizia moratti, però, le porte sono sempre aperte. Anzi, è lui, il pranoterapeuta mario azzoni che accorre a domicilio dal sindaco per consolarla e consigliarla nei momenti più duri. È successo lunedì 16 maggio, la sera della disfatta elettorale, quando Lady letizia non trovava la forza di commentare in pubblico la disfatta. E così è toccato ad azzoni farle coraggio per affrontare le telecamere.
Pranoterapeuta, allora. Ma non solo. Anche consulente, motivatore, guru, mago, guaritore. Se ne sentono tante su questo ex pollivendolo, muratore, tipografo di Lecco, che in 30 anni di carriera, adesso ne ha 50, è diventato il più ascoltato consigliere del primo cittadino di Milano. È un rapporto almeno ventennale, il loro. Una frequentazione assidua, che a quanto lasciano intendere i biografi di Azzoni, sarebbe condivisa anche con altri vip o presunti tali. La lista comprende paolo berlusconi, Maurizio Costanzo, Barbara D’Urso e anche Gianmarco Moratti, il marito petroliere di letizia. Sarà vero l’elenco? Oppure fa parte di una sapiente strategia di marketing che con l’andare del tempo ha moltiplicato la fama e il giro d’affari di questo controverso “uomo dei miracoli”? Azzoni è un tipo di cui si raccontano episodi sorprendenti (a dir poco) come la miracolosa “guarigione di una persona paralizzata agli arti inferiori”. È un pranoterapeuta che si dichiara in grado di diagnosticare un tumore osservando un indumento, che fa l’elenco dei malanni di un interlocutore mai visto prima semplicemente guardandolo, che è in grado di capire al primo sguardo se si trova di fronte a un ladro o a una persona onesta.
“Tutto vero”, sono pronti a giurare migliaia e migliaia di sostenitori sparsi nel Nord Italia e anche in Svizzera. E il sindaco moratti si fida a tal punto di azzoni, che nell’ottobre scorso lo ha nominato alla presidenza di Casa letizia, un’associazione che si presenta come “punto di ascolto” e uno spazio “civico” e ha sede allo stesso indirizzo del comitato elettorale della stessa moratti. Qui, al civico 24 di via Montebello, sono state decise le strategie della campagna per le elezioni comunali, qui spesso si svolgono le riunioni dei collaboratori più stretti del sindaco. Il tutto alla presenza del pranoterapeuta “municipale”.
L’impegno di azzoni – fanno sapere dal Comitato – è a titolo “gratuito e volontario”. Lo stesso azzoni però è anche il promotore della lista “Giovani per l’Expo! Insieme a letizia” che al primo turno delle elezioni ha racimolato un migliaio di voti in tutto (lo 0,2 per cento). Difficile definirlo un successo, soprattutto se si pensa che la lista giovanil-morattiana ha speso per la campagna elettorale la bellezza di 970 mila euro, il triplo del Pd.
Insomma, un disastro. azzoni però di questi tempi ha ben altro a cui pensare. letizia chiama e lui non può fare altro che rispondere, coinvolto come sempre in tutte le scelte che contano. Sempre più potente. Sempre più influente. È acqua passata, ormai, la denuncia dell’Associazione anti-plagio che nel lontano 1989 segnalava l’esercizio abusivo della professione medica, la circonvenzione di incapace, l’evasione fiscale, la raccolta di informazioni e dati sensibili sui pazienti utili a una “diagnosi” istantanea. Tutto archiviato.
Lo stesso azzoni del resto, anche sul suo sito Internet, avverte di non essere né medico né psicoterapeuta. Da sempre però sospetti e ambiguità circondano l’attività del consulente di Lady letizia. È vero, per esempio, che nella prima biografia a lui dedicata (nel 1982, quando aveva solo 32 anni!) azzoni viene accreditato di un non meglio precisato titolo accademico. In una seconda edizione questa citazione è stata eliminata.
Non è chiaro se il potere del guaritore sia reale o effetto di autosuggestione. In rete si leggono storie di segno opposto. Chi lo addita come ciarlatano e chi come un sant’uomo. Numerose testimonianze raccolte dal Fatto affermano che al primo appuntamento, quello della diagnosi a distanza e con l’imposizione delle mani, il cliente paga 150 euro e riceve regolare fattura. La terapia successiva consiste in un numero variabile di sedute infrasettimanali della durata di pochi secondi e prevede una “offerta libera” variabile nell’importo, ma mediamente di 5-10 euro. Contando che ogni giorno passano nello studio almeno 200 persone, a sera l’incasso può arrivare a superare 2.000 euro. Non c’è da sorprendersi, allora, se l’attivissimo Azzoni, che allo studio milanese ne affianca un altro a Como, fa capo un piccolo impero finanziario. Palazzi, terreni, negozi intestati a società, alcune amministrate da lui direttamente. Ma capita anche che la proprietà sia riconducibile a società straniere, con base in Svizzera o addirittura nelle remotissime Marshall Islands, un paradiso fiscale nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Carte alla mano si scopre che Azzoni ha scommesso su Benetton. Due società amministrate dal pranoterapeuta della Moratti gestiscono una decina di negozi con il marchio degli United Colors, quasi tutti a Milano e dintorni. Tra questi c’è anche il megastore in centro a Monza considerato uno dei più grandi d’Italia.
Il giro d’affari di questa rete commerciale sfiora i 10 milioni di euro e fa capo alla Ventiquattro Srl. Chi controlla questa azienda? Azzoni ne possiede il 10 per cento, il 50 per cento è intestato a tale Gianfranco Barbieri, nativo di Brescia, che ricorre più volte nel’organigramma societario del pranoterapeuta. Per scoprire chi è il proprietario del restante 40 per cento bisogna invece fare un salto (si fa per dire) alle Marshall, dove ha sede la Capgest, terzo e ultimo socio di Ventiquattro. E infine c’è la barca, uno yacht da 22 metri dove azzoni ospita spesso gli amici. L’imbarcazione, che costa più di 2 milioni, è stata presa in leasing dalla San Michele Arcangelo, società a cui risultano intestati numerosi immobili. Il consulente della Moratti però qui non compare. L’amministratore unico della San Michele è il già citato Barbieri. E il proprietario? Il capitale fa capo a una società svizzera con azioni al portatore, per di più amministrata da un fiduciario. Un doppio schermo a prova di curiosi.
da: www.ilfattoquotidiano.it
venerdì 27 maggio 2011
Borghezio Mladic, due simpatici amici.
L'europarlamentare della Lega Nord mario borghezio, amico fraterno di berlusconi, nonché membro della "Commissione per le libertà civili" del Parlamento Europeo è indignato per l'arresto del criminale di guerra ratko mladić: "Per me mladic è un patriota. Quelle che gli rivolgono sono accuse politiche...I Serbi avrebbero potuto fermare l’avanzata islamica in Europa, ma non li hanno lasciati fare (sic!!!!). E sto parlando di tutti i Serbi, compreso mladic. Io comunque andrò certamente a trovarlo, ovunque si troverà".
Ma chi è questo coraggioso difensore dell'occidente cristiano (secondo i parametri di borghezio)?
Riporto da Wikipedia:
"ratko mladić è un militare serbo accusato di genocidio, crimini contro l'umanità, violazione delle leggi di guerra nell'assedio di Sarajevo e nel massacro di Srebrenica, dal Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia.Il 24 aprile 1992 Mladić fu promosso tenente colonnello generale. Il 2 maggio dello stesso anno, un mese dopo la dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Bosnia-Erzegovina, mladić e suoi ufficiali bloccarono la città di Sarajevo, sparando sul traffico che entrava e usciva dalla capitale bosniaca. Anche le forniture di acqua e di elettricità furono tagliate. Era l'inizio dell'Assedio di Sarajevo, considerato il più grande assedio della storia moderna.
Nei quattro anni che seguirono, la città fu sottoposta a brutali bombardamenti e la popolazione subì i ciechi attacchi dai cecchini. Il 9 maggio 1992 Mladić divenne vice-comandante del Distretto Militare dell'JNA, con sede a Sarajevo e, appena il giorno dopo, assunse il titolo di comandante del Distretto.
Il 12 maggio 1992 il parlamento serbo-bosniaco, per rispondere alla secessione proclamata della Bosnia, istituì l'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, mladić fu promosso Capo di Stato Maggiore dell'esercito: posizione che mantenne fino al 1996. Il 24 giugno 1994 fu promosso al rango di Colonnello generale con 80.000 uomini sotto il suo comando.
Nei tre anni di guerra che seguirono, le truppe di mladić commisero diversi massacri contro i civili, stuprarono migliaia di donne musulmane (stupro etnico) e istituirono campi di concentramento. La stagione di violenze culminò nel massacro di Srebrenica, indicato dal mondo occidentale come un vero e proprio tentativo di genocidio".
Ma chi è questo coraggioso difensore dell'occidente cristiano (secondo i parametri di borghezio)?
Riporto da Wikipedia:
"ratko mladić è un militare serbo accusato di genocidio, crimini contro l'umanità, violazione delle leggi di guerra nell'assedio di Sarajevo e nel massacro di Srebrenica, dal Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia.Il 24 aprile 1992 Mladić fu promosso tenente colonnello generale. Il 2 maggio dello stesso anno, un mese dopo la dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Bosnia-Erzegovina, mladić e suoi ufficiali bloccarono la città di Sarajevo, sparando sul traffico che entrava e usciva dalla capitale bosniaca. Anche le forniture di acqua e di elettricità furono tagliate. Era l'inizio dell'Assedio di Sarajevo, considerato il più grande assedio della storia moderna.
Nei quattro anni che seguirono, la città fu sottoposta a brutali bombardamenti e la popolazione subì i ciechi attacchi dai cecchini. Il 9 maggio 1992 Mladić divenne vice-comandante del Distretto Militare dell'JNA, con sede a Sarajevo e, appena il giorno dopo, assunse il titolo di comandante del Distretto.
Il 12 maggio 1992 il parlamento serbo-bosniaco, per rispondere alla secessione proclamata della Bosnia, istituì l'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, mladić fu promosso Capo di Stato Maggiore dell'esercito: posizione che mantenne fino al 1996. Il 24 giugno 1994 fu promosso al rango di Colonnello generale con 80.000 uomini sotto il suo comando.
Nei tre anni di guerra che seguirono, le truppe di mladić commisero diversi massacri contro i civili, stuprarono migliaia di donne musulmane (stupro etnico) e istituirono campi di concentramento. La stagione di violenze culminò nel massacro di Srebrenica, indicato dal mondo occidentale come un vero e proprio tentativo di genocidio".
martedì 24 maggio 2011
Assaggi di primizie sbilenche
Nella Repubblica.it del 19 maggio, sezione Rubriche, Carlo Galli espone l’etimologia della Parola sconfitta: “da sconfiggere, che deriva dal provenzale esconfire, a sua volta dal tardo latino exconficere: compiere definitivamente, consumare, finire). La situazione di chi è abbattuto, superato, vinto”. L’apparato erudito introduce, di fatto, la delibazione della sconfitta del berlusconismo condito di lega-bossismo. Delibazione è parola intraprendente, si è affacciata da sola, cioè senza essere evocata, alla nostra sorridente finestra, con fare civettuolo s’è offerta ai nostri tasti: eccomi! Sicuro di non poter essere imputato di stupro (non si sa mai, con i tempi che corrono!) accetto l’insinuante offerta: è forse meno, in rebus, di una delibazione il mini-saggio del Galli, intitolato Sconfitta? La facile risposta negativa schiumeggia giuliva fin dalle prime righe, un coltello che gira dentro la piaga dei non amabili avversari politici: “La sconfitta è il fallimento di un’azione dalla quale il soggetto si promette un successo, un guadagno, un beneficio, sia materiale sia psicologico o spirituale - in genere quell’incremento dell’io che è la vittoria. A seconda delle epoche, può essere quindi uno scacco del valore guerriero (nel mondo antico) oppure del calcolo economico (nel mondo moderno), oppure ancora dell’investimento su una determinata ipotesi politica (la sconfitta dei totalitarismi) o infine di un’intera esistenza (il paradigma è la radicale sconfitta di Edipo, ma anche le sventure di Giobbe, prima che Dio le faccia cessare). Può essere cioè l’esito di un errore di comportamento, lo smascheramento di un’illusione, ma può anche derivare dall’irrazionalità tragica del mondo, che non si lascia controllare e vincere, neppure dalle forze più potenti, dalle menti più brillanti, dalle migliori intenzioni, dall’agire più retto”. Ovviamente, nessuna di queste accezioni riguarda in toto la sconfitta qui in causa: nella quale non c’è traccia di quella variabile nobiltà o rispettabilità che si può trovare nelle versioni sopra convocate e in altre ad esse assimilabili: quella della poco santa alleanza Be-Bo, Berlusconi-Bossi rientra nel vastissimo calderone della forma più diffusa, “quella che deriva dalla superbia, da un distorto rapporto con la realtà, dall’estremismo che non conosce alcun limite e che viene quindi punito o con la sconfitta comica della rana, che si gonfia per essere grossa come il bue, e quindi scoppia per lo sforzo” (Fedro), o “con la tragica vendetta degli dèi per la tracotanza dell’uomo prometeico che, fidando nella propria fortuna e nei propri passati successi, non sa fermarsi e – presumendo di poter sfidare il cielo – viene accecato dalla divinità, che lo rende incapace di vedere il pericolo, destinandolo così alla sconfitta, tanto più rovinosa quanto più in alto era salito il superbo”.
L’asse Be-Bo e le sue rogne. Forse l’asse Be-Bo non merita neppure quest’ultima versione della sconfitta, ma certo è quella più vicina al napoleonismo mercantile del Be e al caporalismo territorialistico del Bo. Dopo una pausa di riflessione preparatoria il Be torna alla ribalta e rimastica il vocazionale ottimismo urbi et orbi. Ultimo (al momento) sbocco di tanto pugnace zelo è il sequestro di cinque canali televisivi (2 Rai e tre Mediaset) per inondarli della sua faccia e del suo verbo, cioè di due mummie che fingono movimento e sviluppo offrendo la medesima zuppa di formule, mimica e parole in libertà (d’insulto). Chi ha sperato che la figuraccia elettorale (che lo ha umiliato perfino nella sua roccaforte meneghina) potesse introdurre almeno tracce di ravvedimento nel guitto programmato geneticamente per l’enfasi fantasiosa e l’improntitudine ignara di rossore, be’ deve aver abbassato la vigilanza della memoria e la conseguente capacità di giudizio. Né si può gratificargli come accenno di novità quella scimmia di autoanalisi che gli fa confessare l’errore dei toni gridati e della continua aggressività gratuita, cioè fondata sull’invenzione e la finta informazione sul passato degli avversari: vedi caso Pisapia-Moratti. I cenni di autoanalisi del Demagogo sono evanescenze presto sommerse dal fatale ritorno del suo peggio: eccolo, infatti, di nuovo in campo a sfornare iperboli dissennate: su Milano a rischio di orde comuniste, o (chissà se peggio o uguale fato) di fanatiche moschee, o ancora perfino di marea zingaresca. Anzi, le tre sciagure non si escluderebbero a vicenda!
Donne in carriera. Lei, la Moratti, almeno, riconosce esplicitamente di avere “sbagliato i toni della campagna elettorale”, e diventa guardinga in vista del ballottaggio: ha capito che l’avversario non è da prendere sottogamba, e il ravvedimento viene suggellato da una fresca stretta di mano con l’avversario calunniato. Al contrario di lei, la Santanchè non trova nulla da ridire sulla propria aggressività erga omnes, s’intende, un omnes di avversari. Intervistata, spara pari pari: “Sono una pasionaria. Non mi pento degli attacchi”. Lei una delle cause del flop elettorale Pdl (e del magico exploit di Fassino)? Chi l’accusa di questo sgorbio merita tutto il suo blaterante disprezzo. Le rivendicazioni della Daniela nazionale ignorano, ovviamente, quel limite di irrorazione corticale di cui soffre il suo vispo cervellino di pappagallina rimbalzante.
Sondaggi. Un noto tecnico di sondaggi, Renato Mannheimer, invece, trova nella sua indagine demoscopica, una risposta plausibile: “Le stime dei flussi elettorali rivelano che a decidere il voto di Milano è stato soprattutto il calo degli elettori del Pdl: circa 14 mila aventi diritto. E un altro dato rilevante riguarda gli indecisi”. Il 13% dei milanesi decise “cosa votare soltanto nell’ultima settimana”, dopo aver valutato “i diversi messaggi” elettorali. I due dati, tuttavia, convergono nel deporre contro la fiducia cieca al verbo berlusconico. Analizzando, tra le altre cose, la sconfitta Be-Bo, Eugenio Scalfari, nel suo tradizionale maxi-editoriale della domenica, ritiene di poter “decidere” per l’eclisse irreversibile del berlusconismo di massa e per l’altrettanto garantito disincanto delle legioni leghiste dal già iper-duro Bossi d’epoca, oggi piuttosto insicuro e barcollante fra spinte diverse e conseguenti sortite. Eccone un paio di capoversi. “L’invasione televisiva di Berlusconi è un fatto vergognoso che si ripresenta ad ogni campagna elettorale, alla faccia della ‘par condicio’ dietro la quale si riparano i berluschini. La novità di questa volta consiste – per quanto possiamo cogliere dalle prime reazioni del pubblico -- nell’inefficacia del messaggio berlusconiano: è passato come acqua sul vetro. Se quello è lo strumento per rimontare la sconfitta subita dal centrodestra nel primo turno elettorale, tutto porta a ritenere che il risultato dei ballottaggi confermerà che ‘il tappo è saltato’ e la fascinazione mediatica del Cavaliere di Arcore è ormai diventata una logora liturgia che non riesce più a sedurre i fedeli”. Per quanto riguarda la Lega, altrettanto colpita da questo primo turno elettorale, più di una domanda incalza l’analista: “Come si spiega questo fenomeno del tutto inatteso? Dipende da un parziale disimpegno di Bossi e dei suoi colonnelli? Da errori commessi soprattutto nella politica dell’immigrazione? Oppure anche nella Lega, come nel Pdl, da una crisi del carisma del leader? Anche per la Lega il tappo di bottiglia è saltato?” Sull’“importanza capitale per l’intera situazione politica” delle “risposte a queste domande” nessun dubbio. La Lega è, sì, soltanto un partito territoriale, “che detiene però la golden share del governo nazionale”. Bossi aveva sperato in un travaso di voti “nordisti” dal Pdl alla Lega: la frustrazione del calcolo rimette in gioco l’intera prospettiva politica Be-Bo “e dunque quella nazionale” (L’estremista Golia e il David moderato, la Repubblica, 22 Maggio).
Battute storiche. Se un articolo-sfogo deve assumere un sia pur minimo potenziale clinico-terapeutico sarà il caso di concedersi la degustazione di qualche battuta dei paladini Be-Bo destinata alla storia (della comicità involontaria). Sul binomio d’occasione Milano-Napoli come specimen dell’intero Stivale, ecco una cornata del bufalo stanco arcoriano: “Non possiamo immaginare che un Paese come l’Italia si faccia governare dai Vendola, dai Grillo, dai Di Pietro”. Che sono, giusto, le figure degne di più limpido rispetto (come de Magistris, Fassino, Pisapia, e tanti altri della cordata Pd e alleati). Il che spiega ad abundatiam il cupo vade retro del loro opposto genetico e politico, appunto il Berlù d’annata e di sempre. Il quale, pulito com’è (in tema di verità) sbrodola nelle collaudate balle per iloti: “Avevamo risolto il problema dei rifiuti in 58 giorni, ma dal Comune non è stato fatto nulla”. Quel “risolto” è un falso palmare, perché ripulire il centro e snobbare le periferie non significa risolvere. Ma, per onestà, ci duole dovere riconoscere (caso ultra-raro nelle autocelebrazioni del Cavaliere) un punto di verità in quella dichiarazione: l’accusa alla signora prima responsabile del Comune, che non è un fulgido oro nel medagliere del Pd, come non lo è quel Bassolino due volte governatore inerte della Regione, una primatista in fatto di malavita pervasiva in sostanziale libertà di nuocere e comandare. Milano, la metropoli modello, dalla generosa Moratti miliardaria al “casto Giuseppe”, Roberto Formigoni, fedeltà di ciellino divisa fra Cristo e Berlù, garante impavido (cioè, spudorato) del primato diffusivo delle scuole private cattoliche, non può e non deve diventare la “Stalingrado d’Italia”, e peggio. Testuale: “Impediremo che Milano diventi la Stalingrado che vorrebbe la sinistra estrema se diventasse sindaco Giuliano Pisapia”. La sconfitta del primo turno? Colpa dell’astensionismo, basterà convincere e portare al seggio quegli sfiduciati e il “miracolo a Milano” (ben più grande dell’omonimo film) sarà realtà. Lui ne è convinto. “Sono convinto che i milanesi che si sono astenuti dal voto al primo turno, visti i risultati, non vorranno consegnare la loro città a chi vorrebbe farla diventare, alla vigilia dell’Expo 2015, una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom, una città che aumenta le tasse”. E via con Napoli: esposta a un rischio di barbarie non minore, la capitale del Sud rischia di cadere nelle artigliate zampe di un candidato-monstre, nientedimeno che il feroce Saladino, pardon il famigerato Luigi De Magistris, terrore degli onesti: “A Napoli, -- gorgheggia – siamo in vantaggio, e ci dobbiamo confrontare con la sinistra estrema che ha portato alla ribalta un magistrato d’assalto, uno dei tanti magistrati giustizialisti entrati in politica con la sinistra”. Finita la presentazione del mostro? Macché: il bello deve ancora venire, o piuttosto, il meglio dopo il bello. Eccolo: “Luigi De Magistris rappresenta una semplice copertura del vecchio sistema di potere, è appoggiato dagli stessi partiti che hanno malgovernato per 18 anni e che hanno creato questa situazione disastrosa”. Viceversa, se il tristo figuro del continuum verrà battuto, dal candidato giusto, Lettieri (“Carneade, chi è costui?”), Napoli, a dir poco, risorgerà: pulizia ordine epurazione della camorra e quant’altro scenderà dal cielo come una manna di benedizione. Ecco le alate parole: “si troverà una soluzione al dramma dei rifiuti e la soluzione sta nella raccolta differenziata e nella costruzione dei termovalorizzatori che a sinistra rifiutano [vero? falso?]. Noi vogliamo che Napoli torni essere una capitale europea, accogliente, vivibile, sicura e dove i giovani possano trovare lavoro”. Infine, a scanso di equivoci, rassicura che, dovessero andare male le cose, nessuna conseguenza ne verrebbe per la maggioranza e il governo (“no, assolutamente no”), che gode buona salute, è sempre coeso: “Il vero risultato politico è che non ci sono alternative alla nostra alleanza con la Lega e al nostro governo che rimane forte e con una maggioranza più coesa di prima”. E, tanto per non smentirsi nel ruolo di Babbo Natale, aggiunge: “Il governo adesso è in grado di lavorare per la riforma del fisco e della giustizia, indispensabili per ammodernare il Paese”. E via, al concludere, con le stravecchie accuse alla sinistra, un calcio a Fini, uno sberleffo all’Udc incasinato, e via strombettando.
Promesse da marinaio. Naturalmente, chi abbia seguito un po’ la politica italiana degli ultimi 17 anni, e non sia un complice illuso, un leccapiedi a stipendio, o un responsabile nuovo modello, ammetterà che la musica berlusconiana è fatta di 4 o 5 accordi che si ripetono ad infinitum con qualche dilatazione fonetica appena avvertibile. Promesse da marinaio, amplificazione delle poche cose realizzate nelle emergenze, stravolgimento dei comuni termini della convivenza sociale, acquisti di persone senza personalità, campagne giornalistiche contro avversari (veri o gonfiati dal suo umore) affidate a farabutti senza coscienza etica. E non si capisce perché un Aldo Cazzullo debba impartire lezioni bipartisan a destra e sinistra quando le magagne della destra targata Berlù non lasciano spazio di confronto ai peccati altrui: che cosa vuol dire che Pisapia “non ha dissipato i dubbi legittimamente coltivati dai moderati milanesi, i quali, come nel resto del Paese, restano la maggioranza del corpo elettorale”? Perché “Pisapia farebbe bene non solo a precisare i punti-chiave del suo programma, ma soprattutto a indicare le persone incaricate di attuarli”? (Un po’ di serietà, Corsera, 21 maggio). E’ la solita “filosofia” del moderatismo-coda di paglia, che non nomina mai i poveri e assimilati (disoccupati, giovani al vento del futuro oscuro, e via piangendo). Destino burlone per il bene sonante vocabolo serietà: gli tocca avallare quel ceto medio che si “risolve” nel più guicciardiniano cultore del proprio particulare. Che proprio in questi giorni siano stati resi pubblici i super-compensi di manager, politici e mercanti miliardari è, insieme, una derisione cinica per quelle categorie emarginate e un risveglio di memoria per chi ha il culto dello sguardo attento su ogni aspetto e magagna di questa sedicente civiltà liberal-democratica.
Addio mia bella Napoli. Naturalmente, la buona salute dei partiti che i rispettivi leader del Pdl e della Lega sventolano coram populo è soltanto un auspicio e un mezzo ricordo: stridori e malumori sono all’ordine del giorno in entrambe le formazioni, e non sembra ci siano facili balzi alla cancellazione del primo turno elettorale, così poco saporito al palato ingordo, ma non sempre avveduto, di lor signori. Né sembrano di facile aggancio le pretese di Bossi sui due o più ministeri da dislocare a Milano (e qualcosina anche a Napoli, no? Ma sì, perché no?): anzi, hanno mandato in bestia il suo ricattabile alleato e una buona fetta del Pdl. Ma in segreto: in pubblico, se il Corsera non deraglia di grosso, si scrive: “I ministeri? L’albero della cuccagna doveva finire. E’finita Roma ladrona”: questo distillato di ottimismo clamante viene da quel fanciullone di Roberto Calderoli. Il quale “si dice sicuro del via libera da parte di Silvio Berlusconi”. Né gli manca la conferma del suo gran capo, che sentenzia: “Parola data non torna indietro, sulla questione dei ministeri Berlusconi è d’accordo. E i ministeri verranno”. Ipse dixit. Ma Bossi non è il venerando Pitagora, e difficile impresa sarà insistere su questa baggianata: che osteggiano alcuni nomi forti del Pdl, per esempio, Gasparri, Cicchitto, Alemanno, Polverini, Formigoni,e altri non pochi. Eppure il Senatur insiste, in quell’intervista, anzi alza la posta: “Non è mica detto che siano solo i ministeri mio e di Calderoli, anzi arriverà a Milano un ministero enorme, dove si fa l’economia”. E se Formigoni oppone altre priorità, il celoduro d’antan sbotta a zittirlo, rinfacciando: “E’ presidente della Lombardia per i voti della Lega, almeno stia zitto”. E gli gracchia una faticosa (ahimè, dove sono i bei tempi!?) pernacchia. Con questi chiari di luna, ha un bel rimediare il Ghe pensi mi incavolato nero “sostituendo” dipartimenti a ministeri: la fibrillazione sale di temperatura e lo spettro del maxi-crollo induce a moderare toni e tonificanti. Formigoni dichiara di aver ricevuto dal senatur una pernacchia, alla quale aveva risposto risentito, ma poi frena e dice che, no, non gliela restituirà. Un mini-evento simbolo: di un soprassalto di coscienza lucida sul possibile crollo catastrofico indotto da litigiosità interna: meglio lenire, sedare, smorzare. La resa dei conti verrà, casomai, dopo il ballottaggio. Che aspettiamo tutti, ma alcuni senza illusioni di cambiamenti epocali.
Pasquale Licciardello
domenica 22 maggio 2011
Gli zingari a Milano
"Inoltre, con la sinistra al potere, il capoluogo lombardo diverrebbe una città caotica, totalmente islamizzata, piena di zingari e violenti". berlusconi.
"Se al ballottaggio dovesse prevalere il centrosinistra a Milano uno degli effetti sarebbe il riconoscimento agli zingari dell'autocostruzione, potrebbero farsi una baracca come meglio credono". berlusconi.
"Milano e’ una citta’ che rinasce, non diventera’ una zingaropoli secondo i progetti di Pisapia". bossi.
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perchè mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Bertolt Brecht.
"Se al ballottaggio dovesse prevalere il centrosinistra a Milano uno degli effetti sarebbe il riconoscimento agli zingari dell'autocostruzione, potrebbero farsi una baracca come meglio credono". berlusconi.
"Milano e’ una citta’ che rinasce, non diventera’ una zingaropoli secondo i progetti di Pisapia". bossi.
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perchè mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Bertolt Brecht.
venerdì 20 maggio 2011
Il cavaliere scavallato e i suoi cloni
Di questo Cavaliere ci siamo occupati tante volte che ormai ci viene la nausea a solo ricordarlo. Ma il fatto è che il soggetto si impone all’attenzione con la sua debordante collezione di primati originali instancabilmente in corsa ad augendum. Ho scritto decine di volte che da questo miliardario ridens senza freni ci si può aspettare di tutto, e nessuna affermazione potrebbe essere meno azzardo di questa. Eppure il Soggetto riesce ancora a stupire, a trovare punte di eccesso nuove anche per la sua variegata spregiudicatezza senza limiti. Limite, ecco la parola per lui straniera, ignota al suo lessico interiore, e vanamente appiccicatagli dai suoi consiglieri in affanno espositivo: il ben consigliato sembra convinto, ringrazia i vari Letta che lo assistono, con passione degna di migliore destinazione, ma alla prima occasione mediatica politica giudiziaria o soltanto arcoriana la caccia via sulla punta delle scarpe “rialzate”, e riprende a fare il suo dio, come si dice in gergo regionale.
Ed eccolo a ripetersi in pubblico lo squallido ritornello dei giudici politicizzati comunisti eversivi e chi più ne ha più ne sbandieri. Ultima amplificazione, i magistrati milanesi sono un cancro, anzi, (per completare lo sgorbio ridicolo, ma anche infame), “un cancro da estirpare”. A dare ossigeno a tanto respiro, uno dei cloni più riusciti del cavaliere scavallato, la signora Santanchè, replica facendo un nome, in piena solidarietà femminile capovolta: “La Boccassini è una metastasi”. “Di collo in collo”, direbbe il Poeta. Né la scalata si ferma, o fa pause: il collo-colle è alto, e sembra crescere ad ogni picco raggiunto: il colle del ridicolo infetto di allergia alle critiche del libero confronto civile. Invano ben altro Colle, sempre vigile sulla dignità delle istituzioni, reitera i suoi alt, i suoi moniti accorati e consigli allusivi. Anche altri cloni del big Pig (politico) scagliano dardi al curaro contro gli avversari, ma il caso Santanchè è incomparabile: non c’è occasione di incontro televisivo con avversari che la sua intemperanza esternante non trasformi in supplizio per le persone decorose presenti, o collegate dall’esterno (siano pure fior di specialisti universitari. Di economia, politica, sociologia …). Ma una sofferenza anche per gli spettatori domestici moderatamente sensibili. E capita che un anziano spettatore ferito da tanta improntitudine da lavandaia d’antan si senta quasi personalmente colpito, e in cuor suo se la prende con i conduttori non abbastanza energici, a volte per troppo timore di incorrere in accuse di partigianeria. Cioè, di lesa par condicio: un tabù dei nostri tempi, di facile abuso, per calunniare chi e cosa non piace allo scavallato e ai suoi cloni. C’è da rimpiangere che non si possa telefonare alla trasmissione boicottata da questi figuri per una lenitiva protesta. Insomma, il termine di confronto per la poco signorile signora tutt’altro che santa, al momento, non può essere meno di uno Scilipoti, autore e campione finora ineguagliato di cafoneria torrenziale e manicomiale aggressività da suburra. Mi chiedo ancora come abbia fatto quel giovanotto massacrato di insulti a pioggia caterattale, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” sulle vittime di certa micidiale medicina alternativa, a frenare l’inevitabile impulso di saltare al collo di quel gentiluomo verminoso. Ancora un omaggio a donna Daniela, calibrato su un’altra sua virtù: il movimentismo zelante in difesa delle cause perse. Cioè, indifendibili: come dire, di taglio arcoriano. Eccola prendere in braccio il caso Roberto Lassini, quel simpaticone dei manifesti con la scritta “Via le Br dalle Procure”: una bravata destinata agli annali di questo lembo di storia molto italiana. Com’è noto, la Moratti lo sfrattò dalle sue liste: non è stupida fino al punto da rischiare un auto-gol per colpa di azzardi di eccessivo impatto destruens. Eccone la frase-picco: “La mia presenza è incompatibile con quella di Lassini in aula consiliare”. Ed ecco, mentre il tapino annaspa strologando sul personale futuro (“Se sarò eletto penso che vada rispettata la volontà degli elettori”, “penso anche che durante la campagna elettorale andrò a qualche comizio della Moratti”) la Daniela dei miracoli scende in campo col più berlusconiano dei Ghe pensi mi. Accoglie a braccia aperte la sconsolata Mariuccia Lassini, moglie dell’eroe al sommacco, ed ecco le due amiche far parte “delle mille donne presenti sedute ai tavoli della cena organizzata a sostegno di Letizia Moratti. Convinta dalla Santanchè, la moglie dell’avvocato, molto discreta, è andata a salutare il sindaco e a scambiare con lei due chiacchiere”. Cordiali, sembra. Ma non al punto da prevenire-bloccare la dichiarazione della Moratti, la quale ha tenuto a precisare che “non si è fatto cenno al caso specifico” ed ha apprezzato la discrezione della signora che non ha “affrontato il discorso”. Insomma, un passo alla volta. Ma il marito-testa di turco (chi c’è dietro quei manifesti?) si sente pungere dalla fretta consolatrice e sprizza scintille sulla fortuna (che è donna!): “C’è stata anche una riconciliazione tra la mia famiglia e il sindaco: tra le partecipanti alla cena delle donne del Pdl c’era infatti anche mia moglie e la Moratti l’ha abbracciata con piacere”. L’autrice del miracolo gongola, e vanta le virtù del gentil sesso: “Le donne sono più pragmatiche degli uomini ed io mi sento di dire che la questione si potrà risolvere tra donne”. E sorvoliamo sulle emozioni e i complimenti reciproci fra la maga citata e altre bellezze del giro. Ci basti ribadire la vocazione per le cause storte della nostra Daniela alza-la vela. Più clone di cosi!
Tornando al Cavaliere, ci corre l’obbligo di non privare quest’altro nostro sfogo terapeutico di altre sue recenti cavolate degne del suo estro migliore. Ma soprattutto delle gentilezze offerte come omaggio floreale singolarmente particolare alle donne politiche sue avversarie. A Rosy Bindi, non nuova a questi riguardi scavallereschi, torna a replicare il memento sulla (presunta) bruttezza (lei, poverina, si è limitata a una contro-battuta frenata: “E’ bello lui!”). Alla Jervolino ha rivolto un’ “allocuzione”, come dire?, più articolata: “Quando si guarda allo specchio si spaventa”. Stiamo accennando a poche delle molte intemperanze che hanno coronato la campagna elettorale del Berlù burlone. Un cenno alle esternazioni “sostanziali” non sarà meno umoristico delle sue zampate al galateo che scherma il gentil sesso (così si diceva delle donne ai miei lontani tempi). Vi par poco spumeggiante di letizia bugiarda l’impegno “campagnolo” a bloccare la demolizione elle case abusive in quel di Napoli e territorio? O la confezione verbale di cui la cinge come si fa con l’apposita carta per le merci di bottega? Eccone un campione: “Questo [il blocco] ci permetterà di avere il tempo necessario per valutare serenamente il problema in vista di una definitiva soluzione”. Ipse dixit. E se ci si prova a ricordare quante volte questo definitivo ha imbrogliato lettori e ascoltatori ci coglie un capogiro nevrotico: definitiva fu promessa la salvezza vera de L’Aquila post-sisma, che giace ancora sotto vaste macerie e relativi disagi. Definitiva la sconfitta della monnezza campana e in particolare napoletana: che, come un’amante devota, va e viene e mai scompare. Anzi cresce in gloria insieme al competente rischio di epidemie più o meno estrose. Definitivo, anche, il più volte promesso piano di riscatto-rilancio del Sud variamente incasinato, che, tra scarso sviluppo e florida malavita (di ogni livello e impatto ambientale), costituisce un altro problemino dappoco! E non saranno riforme definitive quelle che da non pochi anni promette alla Giustizia, che tremula attende, alla bicameralità parlamentare (campa cavallo), alla Costituzione (Giove fulmini certi improvvisati costituzionalisti!) e via salendo?
Molto rumore per nulla, direbbe il grande Shakspeare. Ma nel caso è per una campagna elettorale amministrativa. E siccome l’alleato Carroccio si sta rivelando, da un po’ di tempo, pochissimo incline a ingoiare rospi e raspamenti, la trovata di mister premier accende reazioni vibrate, non solo fra le opposizioni, ma anche in quel di Lega Nord. Ecco Calderoli avvertire: “Dello stop Berlusconi dovrà parlare anche con noi. Che sia a Napoli o in qualsiasi altra parte, se una casa è un abuso deve andare giù”. Più colorita la reazione di un altro “testimone”, l’eurodeputato Mario Borghezio: “Fermare gli abbattimenti mi sembra una grandissima c…” (così riporta il Corsera, e non osiamo riempire quella mutila e solitaria c). Formale, al contrario, la postilla di Castelli: “Non credo proprio che potremo votare una sanatoria sull’abusivismo”. “In serata -precisa il citato Corsera del 13 maggio- interviene il leader Umberto Bossi a cambiare toni”. Il tono usato dal patron carrocciato sembra un’involontaria replica in rebus al Berlù che giorni fa si vantava così della ritrovata concordia col Senatur: “Siamo solidi”; e il leggendario Bossi duro di ieri oggi sembra un po’ liquido in questa risposta tenera verso le difficoltà dei poveracci: “è una vecchia storia. C’è la legge, ma purtroppo a volte si tratta di gente povera e mi rendo conto che non è allegra se gli butti giù la casa”. Scontata la reazione delle associazioni ambientaliste, che richiamano le “sentenze penali definitive” contro le quali cozza l’ipotesi elettoralistica del cavaliere scavallato. Qualche senatore Pd lo paragona a Cetto Laqualunque, il fortunato personaggio dell’ottimo e “solidissimo” nostro conterraneo Albanese. Addirittura si amplifica il Berlù come “più credibile dell’originale” La radicale Elisabetta Zamparutti taglia corto: “Le sue parole sarebbero gravi se lui non fosse totalmente inaffidabile” E questo è un bel parlar chiaro. Ma il movimentato incontro-scontro fra Cavaliere e Senatur è tutt’altro che concluso. Anzi, ad ogni sortita del primo fa eco dissonante il commento del secondo. Così, l’eroe del bunga bunga ventila l’ipotesi di un Tremonti suo erede al “soglio” di palazzo Chigi? La pensosa gravitas del secondo frena: “non è detto che la Lega ‘presti Tremonti’ a Berlusconi”. E quando, il giorno dopo, pare voglia stemperare il “sapor di forte agrume” di quel “non detto” vi immette appena un velo di miele infilato in un elogio a Tremonti: “Tremonti premier? Ma lasciatelo stare, Tremonti è mio amico […] Lui è più o meno bravo in tutto. Ma c’è già Berlusconi, non accetterebbe mai di sostituirlo”. Se, poi, si spettegola su un eventuale futuro quirinalesco per “Ercolino sempre in piedi”, all’anagrafe Silvio Berlusconi, il socio leghista non ha bisogno di tempo per confezionare una risposta rasposa: “Berlusconi al Quirinale? Io lo voto come premier”. E così sia. Se poi si passa a temi più seri, come la campagna elettorale fragorosa di accenti e velenosa di insinuazioni del tutto sciolte dalla realtà, eccessi barbari contro i quali Napolitano continua a invocare toni più pacati e rispettosi, Bossi non esita: “io sto con Napolitano, quello che firma le leggi, meglio non esagerare con i toni della campagna elettorale. Certo è difficile in questo periodo. Ma noi, la Lega, li teniamo bassi”. Sempre vigile e “polarizzato” sul presente non bello, il Presidente tenta di servirlo ad ogni occasione: commemorando Antonio Giolitti, egli ne elogia la visione politica “non machiavelliana”, e la pacata mitezza, in opposizione a certa politica che, come constatava Bobbio, “è arroganza, potenza e prepotenza” . Che è quanto, con trasparente sofferenza, constata Napolitano: “C’è stato negli ultimi vent’anni un divorzio tra politica e cultura”. E’ a questo Napolitano che Bossi esprime gratitudine, anche affrontando un argomento sensibile non troppo amato dal Berlù dellutrizzato: la malavita tentacolare. Impegno della Lega, dicono i candidati leghisti e ripete Bossi, è una lotta reale contro l’idra dalle troppe teste (e non poche inconfessate complicità). Loro, dice Fabrizio Cecchetti, un enfant prodige candidato a sindaco e molto caro a Bossi, alludendo ai mafiosi “non ci voteranno mai, la Lega è contro la ‘ndrangheta”. E Bossi fa eco: “Siamo pieni di mafia. Non si può pensare allo sviluppo, non si possono fare progetti se c’è la mafia. La Lega è qui anche per spazzare via la mafia”. Che sono parole esaltanti, quasi da compiangerne la rauca pronuncia forzata della fonte. E che ti svegliano ricordi stridenti con l’augurio tonificante di una salvifica, ma purtroppo ancora improbabile, vittoria sull’idra dalle troppe teste: non solo la tragica fine dei Falcone e Borsellino e delle decine di giudici degni del nome impegnativo, ma perfino una famosa e titillante canzonetta di Mina: “Parole parole parole…”
Scontro Moratti-Pisapia. O meglio, attacco della sindachessa milanese al candidato pd Pisapia. Vicenda dilagata a pantano, cioè a cosa impossibile da ignorare. La poco avveduta, e ancor meno gentile, Letizia usa un’arma spuntata contro il concorrente nella battaglia elettorale per l’ambita poltrona “sindacale”: sostiene che il rivale fu giudicato “responsabile del reato di furto di un veicolo usato per il sequestro e il pestaggio di un giovane” e di essersi salvato con un’amnistia. Alla reazione del calunniato, che a suo tempo rinunciò alla soluzione amnistia, chiese un regolare processo e fu assolto con formula piena, la signora invece di chiedere scusa ascoltare chi la consiglia in questo senso, rincara la dose. E scaraventa addosso al leale concorrente questa boutade: “La storia politica di Pisapia è una storia di frequentazioni di terroristi, che si riflettono anche nelle sue posizioni di oggi: non a caso è sostenuto da Rifondazione Comunista ed è il candidato di Rifondazione”. Ecco la reazione di Pisapia: “Dichiarandosi moderata, ma risultando estremista, la Moratti insiste nelle sue bugie, delle quali risponderà davanti all’autorità giudiziaria”. Un bel duello, anzi brutto. Al quale si è arrivati, quasi certamente, per il maligno intervento dell’inner cercle, cioè l’intima cerchia, o consiglio ristretto del premier: che ne poteva sapere la povera Letizia di Pisapia e compagnia? Quei campioni di signorilità esperti in bufale multicolori la imbottirono di menzogne ed ecco il patatrac. E’ proprio incorreggibile il nostro Cavaliere scavallato: segue da presso i suoi cloni, e quando è il caso li affida ai suoi mestatori, che li correggono, limano, perfezionano al peggio. Fino a farne dei piccoli mostri (sul modello, per capirci, dei vari Sallustri, Belpietro, e simile zoologia politica. Intanto Pisapia incassa la solidarietà delle persone perbene: tra queste, Giovanni Bachelet e Marco Alessandrini, figli di due vittime delle Br. E di Celentano, che così argomenta: “Pisapia ritiri la querela, perché ha già vinto. La Moratti ha colpito con un’infamia; ha tirato fuori non le unghie ma la pistola, e si è sparata sui piedi”. Meno, anzi per niente, colorito (al solito) il buon Bersani, che dichiara: “Il duo Berlusconi-Moratti è disastroso per l’Italia”. Ovvio, ma grigio. Appena più aerato Casini: “Una caduta di stile, forse dovuta al nervosismo”. E’ di quelle che gelano, la battuta di Bossi: “Meglio far politica, bisogna parlar dei programmi e non di quello che ruba la macchina”. Naturalmente, tutta la solidarietà per la Moratti da parte Pdl. Una per tutti, Michela Vittoria Brambilla, che non brilla per originalità o humour, ma non è del basso livello Santanchè. Il suo contributo alla ribalta comica è questa banalità spoglia e derelitta: “La Moratti può permettersi di dire la verità perché, a differenza di qualcun altro, non ha un passato di cui vergognarsi”. Poco cavalleresco Nichi Vendola, ma esplicito: “Con la sua consueta disonestà, Letizia Moratti non ha chiesto scusa per avere insultato una persona perbene”. Intanto Letizia più si muove e più sprofonda: un’intervista del Corsera non ne migliora la faccia.
*
Tutto questo, prima della votazione: che ha punito certe arroganze e sembra aprire un nuovo corso nel destino politico di questa lacera Italia dei mille compromessi e degli infiniti imbrogli (vedi Gabanelli nei suoi Report). Ma di ciò, a Giove piacendo, prossimamente.
Pasquale Licciardello
Iscriviti a:
Post (Atom)




